Ti Porto Io a far filò. Proprio come un tempo, quando la sera, durante l'inverno, ci si ritrovava nelle stalle per trovare un po' di tepore grazie alla presenza degli animali e per parlare, discutere, pregare, spettegolare e molto altro. Il filò, in sostanza, era il momento in cui la comunità si ritrovava per stare insieme: i nonni che raccontavano le fiabe ai nipotini, le donne che filavano la lana (da cui il nome filò), gli uomini che giocavano a carte e che facevano piccoli lavoretti.
Ma al di là di questo, il filò diventava anche una cosa a metà fra un municipio e uno studio tecnico, perché era anche il luogo in cui si progettava, si pensava a come risolvere i problemi legati alla terra, al bosco o alla vita della contrada, si ragionava sulle risorse e sulle soluzioni per il bene comune.
E poi c'era l'aspetto dei morosi, che giravano di filò in filò per incontrare le rispettive bellezze, e non era scontato l'essere accettati dalle famiglie delle donzelle. Poi, però, il filò diventava anche il luogo in cui si preparava la dote, ovvero l'occorrente per affrontare la vita coniugale.
Insomma, dentro le mura della stalla si consumava un rito che, prima ancora di essere un incontro, diventava un tassello del mosaico umano della borgata.
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